dicembre 29, 2009

Wise Woman, la Donna Saggia delle Leggende Britanniche

Ci fu un Tempo nelle nostre Terre, in cui vicino alla gente comune vivevano Donne, chiamate Sagge, che conoscevano i Misteri Femminili, i Ritmi della Terra e della Madre Natura, e avevano consapevolezza di ogni cosa riguardasse la Vita, la Morte, l'Amore e il Destino dei Mortali.
Le Sagge potevano aiutare gli Uomini e le Donne poiché percepivano le Energie Sottili, i tepori cosmici che attraversano Umani e Luoghi, che provocano guerre e amicizie, dolori e gioie, morti e nascite. Conoscevano gli Incantesimi per aggirarle, o per lasciare fluire, nei corpi e nelle menti, nello scorrere del Tempo, attraverso i Mondi, che raggiungevano e lasciavano quando lo ritenevano più opportuno, imparando così a conoscere il Futuro ed il Passato.

Narra la leggenda che queste Donne apprendessero il loro Sapere nel Mondo delle Fate, nel Sidhe, e venissero rimandate tra i Mortali come un Dono, per render loro la vita un po’ meno faticosa. Probabilmente per questa ragione, nella tradizione britannica e in generale in tutta Europa, le “Wise Women”, le Donne Sagge che tessevano le vicende degli Uomini, vengono spesso associate o sostituite dalle Faery Priestess, le Regine delle Fate, accompagnate talvolta dal “Lord of the Wildwoods”, il Signore dei Boschi selvaggi, che potrebbe rappresentare il Re Cervo, o l'Uomo Verde.

… “[an old woman] who was throughout the valley accounted a wise woman, and a practiser of the ‘art that none may name’”… (1)

Le Fate vengono infatti chiamate “Wise Women” in molte leggende e favole inglesi e scozzesi, dove vengono rappresentate in forme fisiche estremamente differenti: fanciulle meravigliose, addirittura esageratamente, ma anche vecchie deformi, antiche quanto il Tempo, e Donne semplici, all' apparenza completamente normali. Eppure queste Donne, così diverse fra loro, si conoscevano reciprocamente, ed erano in contatto. Un esempio che conosciamo tutti sono le dodici Fate della fiaba La bella addormentata nel bosco (Little Briar-Rose), che nella versione originale vengono chiamate proprio Wise Women:

“What the frog had said came true, and the Queen had a little girl who was so pretty that the King could not contain himself for joy, and ordered a great feast. He invited not only his kindred, friends and acquaintance, but also the Wise Women, in order that they might be kind and well-disposed towards the child. There were thirteen of them in his Kingdom, but as he had only twelve golden plates for them to eat out of, one of them had to be left at home.” (2)

In altre fiabe e in altri luoghi, Esse hanno comunque caratteristiche costanti: vivono infatti sole in luoghi remoti, dove molta gente va a far loro visita per ricevere consigli, erbe e aiuto. Al contrario di molte figure femminili proprie delle narrazioni, che spesso nelle leggende di quel tempo erano rappresentate come vittime degli uomini più volgari o candide creature che si fanno salvare da principi coraggiosi, le Sagge sono assolutamente differenti: padrone del Destino di ogni creatura umana, condizionano la sua vita, in modo benevolo o malevolo, a propria insindacabile scelta.

Tutto ciò, nella gente di campagna, doveva fare molta paura. Nonostante venissero considerate “as a benevolent, resourceful, independent, informed guide, who is respected in her community” (3), il loro potere destava dubbio e sospetto, poiché proveniva dal Sidhe, e le rendeva in grado di conoscere “Simboli antichi e Tradizioni morte” e di vedere “al di là dei muri e dei Mondi”.

“The wise women learn the mystic powers from the fairies, but how they pay for the knowledge none dare to tell. (...) But the people have, the most perfect faith in the herb-men and wise women, and the faith may often work the cure”. (4)

Le Wise Woman delle leggende e dei racconti, (talvolta accompagnate o sostituite dagli Herb men, o Cunning men) hanno la peculiarità di curare con le Erbe, ma non solo con queste: ne conoscono le proprietà, le sanno miscelare, estrarne i principi essenziali, e sanno come e quando somministrarle e soprattutto quando è il momento giusto per raccoglierle. Sanno applicarle alle persone giuste, e ne conoscono gli effetti, poiché sono vicine alle forze della Natura, ne sono Figlie e Madri, vicine alla Luna e agli Spiriti delle piante, e con loro, o tramite loro, vivono nel rispetto e nell’amore reciproco.
Nel Manoscritto Dialettale di una Guaritrice di Campagna (5), l’autrice ci dice che la Curatrice non guarisce con metodi definiti o logici, ma istintivamente trova il metodo di guarire ogni persona. A volte chiede loro soltanto di entrare in comunione con la Natura, aprire le braccia al vento e liberarsi di una malattia. A volte chiede di non usare un colore nel proprio vestiario, a volte consiglia un erba.

“L'Illogicità apparente è il segreto delle Curatrici”

Tuttavia le Erbe e le pietre non sempre sostituiscono, nei casi più disperati, le loro Parole e le loro Visioni. Le Intuizioni profonde che permeano la loro vita, permettono a queste Donne di curare chi ha bisogno anche semplicemente con un consiglio, con un invito, con una frase all’apparenza senza significato.
In alcune storie infatti, le Wise Woman si limitano a sussurrare una frase all’orecchio del protagonista, rivelando qualcosa di talmente grande, che cambierà il corso degli eventi della storia. Oppure semplicemente fanno in modo che qualcosa accada, qualcosa che muove persone ed eventi, rivoluzionandone la vita. Fanno questo con un battito di ciglia, con un filo di voce, sapendo le conseguenze che potrebbero generale le loro poche sillabe.
Incantesimi.
Conosciamo diverse testimonianze in tutta Italia e in Europa di queste parole segrete, che se pronunciate potevano avere effetti clamorosi sulle malattie, o sui parti, o sulle patologie psicologiche e dello spirito. In Val d'Aosta queste formule che si tramandano oralmente vengono chiamate “Secret”, e appartengono soltanto alle “Sages Femmes”, appunto, le Donne Sagge, Wise Women. Loro sono in grado di provocare eventi naturali, di guarire le persone, di salvare un animale. Semplicemente con un sussurro di voce.
Per questo la sovrapposizione tra l'arte della Wise Woman e la pura medicina popolare, spesso fonte di derisione da parte della Scienza istituzionale, non è corretta, ed anzi, è riduttiva.
La Saggia delle nostre Fiabe non è una Donna che conosce soltanto l'uso delle Erbe e degli Incanti, ma ne conosce l'intima energia, e ne ha appreso la meraviglia attraverso qualcuno che le ha insegnato. Sia questa una Maestra, o la Regina delle Fate.
La Wise Woman, la “Luminosa” degli inglesi, viene in seguito associata, come le altre figure simili, alla Strega, nell'unico senso spregevole del termine. Ma nonostante ciò che conosciamo sulla persecuzione alle Donne di Sapere, alcune di queste Sagge riuscirono a sopravvivere, protette dalle Comunità, dalle donne dei piccoli paesi.
Sono infatti le Wise Woman che accompagnano le Donne della campagna nelle varie fasi della Vita, aiutandole con i preparati alle Erbe, facendole nascere e partorire, conducendole alla Morte, con la loro Saggezza di Figlie della Foresta, con la Consapevolezza dello scorrere dei Cicli della Luna e della Vita, della Morte, della Nascita.
Esse si tramandano la conoscenza, e grazie a questo filo rosso che le ha unite nel corso del Tempo, sono rimaste vive fin ai giorni nostri. Come la nostra lombarda Guaritrice di Campagna, con i suoi poteri che vengono dalla Natura e dagli insegnamenti di quella che ella chiama “la sua Maestra”, una donna che le ha trasmesso la sensibilità a sostenere e guidare le Energie sottili che ci attraversano.
Ciò che colpisce è che questi insegnamenti non hanno nulla di preciso, di scritto, di chiaro, come potrebbe essere un insegnamento accademico, ma appaiono tanto illogici, misteriosi e segreti quando efficienti.
E appartengono inequivocabilmente ad un Segreto che si tramanda.

“L'importanza del segreto dimostra che l'incontro con la donna selvatica non vuole portare ad una conoscenza razionale delle forze del femminile naturale, ma indicare quale atteggiamento interiore, e esteriore, assumere verso di esse. Lo scopo è quello di impregnarsi della loro energia, mettendola a frutto nella propria vita.
Le Salighe, manifestazione del mondo della Natura incontaminata e delle forze più profonde e arcaiche della psiche, assicurano a chi accetta di entrare in relazione con loro quel particolare benessere che deriva dal trovarsi in accordo con l'orientamento della Natura profonda, l'orientamento della vita. Perchè ciò possa avvenire, tuttavia, chiedono all’Io, espressione della coscienza razionale, un preciso sacrificio, il sacrificio del conoscere, del “nominare”.
È un pover uomo colui/colei che deve fissare la nascosta saggezza con nomi e concetti razionali, invece di lasciarla agire su di sé. È proprio la superbia del sapere intellettuale il maggior ostacolo al permanere di una relazione profonda con queste energie della Natura.”
(6)

Evitando ogni razionalizzazione, in questi insegnamenti si apprende a lasciar fluire la Natura, istintiva e libera, vergine, attraverso la propria Anima, predisponendola a conoscere l’inconoscibile.
Tutto ciò non è razionale per definizione. In effetti ragionare, intellettualmente, è possedere, e la Luminosa non vuole assolutamente essere compresa e posseduta dai ragionamenti dell’uomo, ma agisce comunque, senza attendere la sua approvazione.
Questo ovviamente fece incollerire il Clero fin dall'inizio della sua storia, quando abbatté le Foreste Sacre e condannò le Donne al rogo, come condannò ogni forma di Sapere in mano al popolo, e soprattutto, in mano alle Femmine.
E anche quando le Sagge, prudentemente, si dedicarono soltanto a curare fisicamente la popolazione, in particolare con le pratiche inerenti al parto, vennero condannate comunque, poiché secondo la tradizione biblica la Donna era destinata a partorire con dolore, e questo doveva bastare.
Tuttavia, nonostante le forme umane più basse abbiano per millenni dato Loro la caccia, le Donne Sagge sono riuscite, attraverso le Fiamme, il Segreto e l'Insegnamento orale, unica possibilità di comunicazione, a percorrere la Spirale del Tempo, superando le barriere più serrate per attraversare i confini, i Mondi, i secoli, e non solo attraverso le Fiabe… a lasciare traccia del loro potere magico anche ai giorni nostri, così vuoti da sentirne soltanto un eco distante, intravederne la Magia Luminosa oltre ai veli pesanti… un brandello di filo rosso sfilacciato dagli errori dell’Uomo, che però ci tiene ancora, saldamente, profondamente legate a Loro e alla loro Conoscenza.




Thomasine Blight(Tammy Blee, Tamsin Blight )

La Wise Woman più celebre del diciannovesimo secolo.
Curò in Cornovaglia persone e animali affetti da malattie, usando parole, incanti e erbe magiche.
Fu chiamata anche la 'Strega dell Est', e fu moglie di un Cunning Man.
Immagine mia, Museo della Stregoneria di Boscastle, Cornovaglia, Uk.


Note:

1. Cfr. Yorkshire legends and traditions, Thomas Parkinson, Arno Press Inc, 1977, pag. 134
(“[una vecchia donna] la quale era reputata in tutta la valle una donna saggia, ed una praticante dell’‘arte che nessuno può nominare.’”)

2. Little Briar Rose, Jacob e Wilhelm Grimm, da http://www.sacred-texts.com/neu/grimm/ht20.htm
(“Quello che il ranocchio aveva detto si avverò, e la Regina partorì una bambina talmente bella che il re non poteva più contenere la sua gioia, e ordinò una grande festa. E non invitò solo i suoi parenti, gli amici e i conoscenti, ma anche le Sagge Donne, perché fossero propizie e benevole verso la neonata. Nel suo Regno ve n’erano tredici, ma il re aveva solamente dodici piatti d’oro per servire loro il pranzo, così dovette rinunciare ad invitarne una.”)

3. Cfr. Grandmothers’ Stories: Wise Woman Tales from Many Cultures, di Burleigh Mutén, Barefoot Books, 1999
(“come una benevole, solerte, indipendente, sapiente guida, rispettata nella sua comunità”)

4. Cfr. The Well at the World's End, William Morris, 1896, da http://www.sacred-texts.com/neu/morris/wwe/index.htm
(“Le donne sagge apprendono i loro poteri mistici dalle fate, ma in che modo esse le ricompensino nessuno può dirlo. (…) Eppure il popolo ha una fede perfetta negli erboristi e nelle donne sagge, e la fede può a volte operare la guarigione stessa.”)

5. Manoscritto dialettale di una Guaritrice di campagna, a cura di Barbara Fiore, Edizioni della Terra di Mezzo, Milano, 1995

6. Cfr. Donne Selvatiche, Claudio Risé e Moidi Paregger, Sperling Paperback, 2006, pag. 150


Fonti

Wise Women: Folk and Fairy Tales from Around the World, Suzanne I. Barchers, Libraries Unlimited Inc, 1990
Manoscritto dialettale di una guaritrice di campagna, a cura di Barbara Fiore, Edizioni della Terra di Mezzo, Milano, 1995
The Well at the World's End, William Morris, da http://www.sacred-texts.com/neu/morris/wwe/index.htm
Donne selvatiche, Claudio Risé e Moidi Paregger, Sperling Paperback, 2006
Yorkshire legends and traditions, Thomas Parkinson, Arno Press Inc, 1977
Little Briar Rose, Jacob e Wilhelm Grimm, da http://www.sacred-texts.com/neu/grimm/ht20.htm
Il Vischio e la Quercia, Riccardo Taraglio, Edizioni L'Età dell’Acquario, Torino, 2001
Grandmothers’ Stories: Wise Woman Tales from Many Cultures, di Burleigh Mutén, Barefoot Books, 1999
Immagine: Wise Woman, di Lisa Hunt


Testo di La Zia Artemisia. Vietata la riproduzione anche parziale senza il permesso dell'autrice e senza citare la fonte.

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dicembre 09, 2009

Yule, Solstizio d'Inverno. Alban Arthuan..




La notte più lunga dell anno, quando fuori dalla finestra appannata le luci delle lanterne, calde e piccine, mandano bagliori sulla neve che copre il giardino, come minuscole creature incantate e luminose. E in casa profumo di mele rosse e agrifoglio sulla porta, biscotti burrosi e candele che fan compagnia alle Fate.
Alban Arthuan, la Luce di Artù.
La Discesa nell'amato Calderone di Cerridween è ora, nel momento più buio e drammatico, giunta in fondo. Dove risiede il principio dell Anima, il Rosso nel buio. Il momento più difficile, l'ultima tappa, la più viscerale, sanguinosa, intima. Intima. Sembra che nulla possa salvarci.
E invece proprio in questa notte senza Tempo, nel cuore del freddo dell inverno, nel nero più nero del buio siderale, una lucina piccola, ma abbagliante, ci indica che il tempo è di nuovo in cammino, dalle Tenebre verso la Luce. Da oggi in poi, è discesa.
Il ritorno potente della Luce verrà percepito davvero ad Imbolc, ma per ora, sappiamo che la notte ha finito di dominare il giorno, e che lentamente il chiarore sta risalendo il Tempo: accende la sua fiaccola dorata, e le giornate pian piano riprendono forza, Luce, e Vita, ad accompagnare i nostri passi verso la Risoluzione..


Immagine mia.

novembre 23, 2009

'Il giardino delle vecchie signore' ( Maureen e Bridget Boland, 'Old Wives' Lore for Gardeners')

Immagine Deviantart UKTara



'Perchè nei vecchi giardini sembra che aleggi un alone di magia? Forse chi li aveva creati cercava qualcosa di più del semplice produrre e guardare, forse le piante avevano più personalità, più dignità, mistero.. quando venivano accudite nei rispetto, perfino nel timore dei poteri meravigliosi che si supponeva possedessero.'

Prefazione alla sezione 'Il giardino magico, leggende e incantesimi, di Bridget Boland.
Da 'Il giardino delle vecchie signore' di Maureen e Bridget Boland.

*

Immaginate un grande giardino inglese che confina con un bosco antico. Le rose rampicanti che uniscono steccati e aiole di aromatiche e dalie, daini che vanno a bere nel ruscello, corvi che annunciano il vento, un piccolo totem per proteggere le piante, e un florido orto contornato dai tulipani. E poi immaginatevi dentro, proprio tra le rose del giardino con un innaffiatoio in mano, due antiche signore, due sorelle dai volti gentili: con cappellini e guanti, posate: in realtà due implacabili lavoratrici che curano questa piccola meraviglia, con tutti i sistemi possibili: pozioni di camomilla, intrugli di metalli, consociazioni fra piante che si aiutano a vicenda, piccoli incanti e riti della tradizione inglese, filastrocche e proverbi che aiutano a liberarsi dagli insetti o a far guarire un melo ferito.
E' stato un libro atteso molto perchè non era disponibile, ma credo che l'attesa sia stata ripagata: il libretto che vorresti non finisse mai, colmo di piccoli segreti di giardino, di vive immagini della campagna inglese e della sue quiete apparente, in quel mare di vita che è la natura stessa, in tutte le sue forme.

Noi anziane quando abbiamo finito di leggere il futuro,
interriamo le foglie di tè vicino alle camelie,
che ne traggono incredibili benefici.

Maureen e Bridget Boland, 'Il Giardino delle vecchie signore'.

novembre 18, 2009

Il profumo dei biscotti alla Lavanda




Deliziosi biscottini profumatissimi, per accompagnare e addolcire una tisana di quelle ostiche, invernali, che san di fieno..

Un etto di zucchero, un etto e mezzo di farina, un uovo, un cucchiaio generoso di fiori di Lavanda (io aggiungo anche qualche petalo di Rosa essicato), un cucchiaio di lievito in polvere, un etto e mezzo di burro, una puntina di sale.

Frullare la farina con i fiori e lo zucchero, aggiungere il burro morbido e l'uovo, la puntina di sale e preparare la frolla. Stenderla e preparare i biscottini con gli stampini a cuore. Tutto in forno sulla carta-forno per 20 minuti, a 180 gradi.

Una volta dorati lasciarli raffreddare sulla gratella. Si possono poi confezionare con nastri color della lavanda, in gruppi di tre, e metterli dentro vecchie scatole di latta stampate a fiori..


Eccoli qui, nella versione della Tanina.


Foto gentilmente prestata da Tiziana. (Grazie!^^)

Erbe Tintorie: Isatis tinctoria. Guado. La Pianta Blu


Guado, Isatis tinctoria

La Pianta Blu
Famiglia delle Crucifere

Nomi: Woad (inglese), Glaston (celtico);
Guado, Pastello, Glasto comune, Erba di guado, Tintaguada, Guadone, Vado, Glastro (italiano),

”Avalon viene identificata con Glastonbury, il cui nome deriva dal celtico Caer Wydyr, “Fortezza di Vetro” (uno dei nomi di Annwfn, l'Altromondo celtico). Glastonbury veniva anche chiamata Yniswytryn o Isola di Vetro, perchè la superficie era Glasten, ossia di colore verde-azzurro, oppure perchè vi abbondava l'erba chiamata Glast, ossia il Guado, Isatis Tinctoria, le cui foglie e radici contengono una sostanza colorante azzurra usata dai celti per dipingersi il corpo.”
Il Vischio e la Quercia, Riccardo Taraglio, Edizioni L'età dell Acquario


La Pianta Blu

Woad, Glasten, la cui traduzione significa 'Erba Selvatica'.
L'antica forma della parola, Wad, ha dato nome a molte località delle Isole Britanniche: Wadborough, Waddon, Wadd Ground, Waddicar. Ma il mio pensiero corre alle distese di Guado sull’isola di Glastonbury, alle figure delle Sacerdotesse dell'Isola dei Meli, tra le nebbie, nelle loro vesti azzurre, forse tinte con le foglie macerate di questa pianta e appese al sole ad asciugare...


Lana scozzese tinta di Guado.

Quando Cesare invase la Britannia nel 55 d.C, i Romani si videro assaliti da guerrieri con corpo e viso dipinti di blu: alcuni dicono che fossero i Pitti, i ribelli scozzesi, ma la maggior parte degli storici ritiene che coloro che incontrarono i Romani, fossero popoli celtici. Una conferma della probabile presenza di colture di quest’erba nei dintorni di Glastonbury. Anche tra gli Iceni della regina Boudicca, era d'uso dipingersi il corpo e il viso in battaglia con il guado. The Woad.
Il primo compito del Guado era quello di proteggere i guerrieri, attraverso la scrittura sul corpo di simboli e segni. Ma oltre a proteggersi e a spaventare il nemico, aveva l'innegabile dote di disinfettare, proprietà utilissima durante la battaglia, per sanare in fretta le ferite.
Il Guado, nelle ere, fu ampiamente impiegato in molti modi: tintura tessile primariamente, come foraggio o erba medica per l'intestino, come cosmetico per le donne, ma anche come pigmento per le belle arti, in tutta Europa, dal Nord al Sud, e in Italia nella zona della Toscana e del Centro Italia, dove alcuni paesi si sono sostenuti con il commercio del Guado per secoli, in tempi passati. L'estrazione e la tintura erano infatti processi piuttosto complicati, quindi il pigmento indaco era molto prezioso, e il suo colore legato alla nobiltà terriera, il che ne faceva un bene di lusso.
Il suo uso crebbe in modo esponenziale fino al 1660, quando l'avvento dell’Indaco (Indigo Tinctoria) commerciato dalle Indie, già in polvere, soppiantò la coltura del Guado in Europa. In realtà il pigmento che si estrae è esattamente lo stesso, l'indigotina.


L'Indaco non era facilmente coltivabile alle temperature Europee, essendo una pianta sub-tropicale, ma i trasporti dalle Indie crebbero sempre di più, fino a rendere le colture di Guado molto più rare e l'indaco molto più utilizzato.
Durante il periodo Napoleonico, per il blocco dei commerci all’Italia, l'indaco scarseggiò nel nostro paese, e tornò alla luce delle nostre culture la tintura di Guado, fino poi a sparire nuovamente insieme a tutte le altre piante tintorie, quando l'uomo cominciò a produrre i pigmenti sintetici.



Nome scientifico: Isatis tinctoria, pianta erbacea biennale, famiglia delle Crucifere (o Brassicacee), nativa, pare, del Mediterraneo, anche se alcune fonti la vedrebbero originarsi nelle steppe caucasiche e nell’Asia dell’est. La sua altezza può variare dai 40 ai 120 centimetri.
E' una pianta pelosa, infestante, con foglie di due tipi: quelle radicali sono piccole e ovate, disposte a rosetta, mentre quelle del fusto sono lunghe.
Le foglie fresche della pianta contengono i precursori del pigmento indaco, che viene poi estratto per la tintura attraverso un sistema di macerazione e poi asciugato ed essiccato, fino ad ottenere la polvere di colore.
Le foglie in cui è contenuto il pigmento blu sono prodotte il primo anno di vita della pianta, mentre l'anno successivo questa produce i fiori gialli (che attraggono molte api) e poi i semi violetti, che possono essere trapiantati dopo il tempo di Imbolc.
Le foglie vengono strappate con le mani, una per una alla loro base, per tutta l'estate, e poi vengono lavate e macinate fino ad essere ridotte in poltiglia. Quindi, vengono confezionate in 'pani' con le mani per essere essiccate. Questa operazione non danneggia le piante, che ributtano le foglie per permettere anche quattro raccolti durante l'anno. Tuttavia le proprietà coloranti delle foglie diminuiscono con il trascorrere dell’estate: l'ultimo taglio viene fatto in Italia, per tradizione, il 29 settembre, giorno di San Michele.
Durante l'essiccazione lenta vengono continuamente rivoltati i 'pani', stesi ad asciugare sulle reti, perchè rimangano compatti.
Al termine dell’essiccazione, i tintori sbriciolano i pani con i martelli e poi li fanno sciogliere in acqua e solfato di ferro (prima che questo venisse scoperto e utilizzato si scioglievano in acqua e urina). Filtrando il liquido, si ottiene il bagno-colore, dove si immergono le stoffe o le matasse per essere colorate e si lasciano bollire lentamente per tutta la notte; poi, la mattina, una volta fissato il colore, vengono scoperchiati i calderoni e attraverso l'ossidazione all’aria le stoffe color giallastro prendono la meravigliosa tinta indaco, durevole ed omogenea. Le matasse o le stoffe vengono quindi stese ad asciugare.
A proposito del solfato di ferro: è un mordente, cioè una sostanza usata dai tintori per fissare il colore prima di tingere, in modo che il pigmento poi risulti insolubile in acqua, durante i lavaggi dei tessuti. Si utilizzavano come mordenti anche ceneri, ghiande di quercia, rame, muschio e urina.

Articolo su questa lavorazione

L'Isatis Tinctoria in alcune limitate zone d'Italia veniva usata anche per scopi alimentari: si mangiavano i germogli, cotti in acqua bollente e conditi con il limone.

Perchè si cominciarono ad utilizzare i colori per tingere le vesti? E perchè il blu?

Fin dall’età del bronzo uomini e donne di ogni popolo e regione del Mondo, cercarono di rapire la bellezza della natura attraverso l'arte. Fissarla, in qualche modo, per averla sempre a 'disposizione', per ricordare, per goderne le straordinarietà anche durante l'inverno bianco e grigio, quando i colori dei fiori sono sepolti dalla neve e dalla pioggia. Fissare i colori, soprattutto, richiese grande spazio alla creatività umana. Inoltre, non scordiamo che la crescita delle società complesse fece insorgere la necessità di differenziazione, di identificazione in alcuni gruppi sociali, per esempio i Sacerdoti e le Sacerdotesse, attraverso abiti colorati di differenti tonalità. Per questo forse nacque l'arte tintoria. Non esageriamo parlando d'arte, perchè grande fu il valore che i popoli del passato diedero ai colori dei tessuti e a chi operava queste mutazioni chimiche, fissando la bellezza della diversità della natura sulle lane e le sete.
Per millenni in molte culture il blu è stato il simbolo della Divinità, perchè è il colore del cielo, dove secondo alcune religioni è collocato il Pantheon degli Dei. Ma è anche il colore del mare e dell’acqua, simboli della femminilità e della Dea.
Dai greci ai vichinghi, dai babilonesi ai popoli del Medio Oriente, come gli Egizi, agli stessi Cristiani, dove nell’iconografia il manto della Madonna è sempre azzurro, si è usato il blu, color della purezza e della pace. L'azzurro fu anche il colore che assunsero nelle storie cantate le vesti dei principi e dell'aristocrazia medioevale, e il colore che i pittori utilizzavano largamente nei preziosi dipinti sacri… ma non dimentichiamo che il blu scuro è il simbolo della notte, dell’oscurità, dell’Altromondo, della profondità delle acque pericolose e remote.
La dualità del blu dipende proprio dal bianco e dal nero, che rendono così differenti le tonalità del celeste e del blu notte, come due opposti, uniti dalla stessa forza.
Per questa sua ambiguità forse da molti viene definito un colore misterioso, magico, complesso.

Il blu nelle tinte d'erbe si può ottenere anche da altre piante, come:
-Indigo (Indigofera tinctoria), Indaco. Produce lo stesso pigmento del Guado, ma in concentrazione maggiore. Proveniente dall’India, dove per cinquemila anni costituì un enorme ricchezza per l'esportazione in tutto il mondo, soprattutto in Europa, dove divenne decisamente popolare in tutte le culture.
-Polygonum tinctorium (Persicaria dei Tintori). È una specie erbacea, dalla quale si ricava il pigmento blu per estrazione delle foglie alla maturazione completa della pianta.




Fonti

Il Vischio e la Quercia, Riccardo Taraglio. Edizioni L'Età dell'Acquario, Torino, 2004
Lo spirito degli alberi, Fred Hageneder. Edizioni Crisalide
http://www.woad.org.uk/html/britain.html
http://www.woad.org.uk/html/biology.html
Immagine: Lana tinta con la tintura di Guado, tratta dal sito http://www.woad.org.uk


Articolo scritto da LaZiaArtemisia. Vietata la riproduzione anche parziale senza il permesso dell'autrice e senza citare la fonte.

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novembre 13, 2009

Sale alle Erbe

 

Sale grosso, erbe miste aromatiche e officinali, a seconda della zona e della stagione.

Il sale verde è sempre diverso, a seconda di ciò che verrà raccolto e a quanto sale verrà tritato insieme, e per quanto tempo (ciò varierà a seconda del proprio gusto).
Io uso sale grosso tritato pochissimo e erbe fresche, ma volendo si può fare anche un sale molto fine ed usare erbe essiccate. Il sale di erbe secche si conserva a lungo sotto vetro, ma quello fresco ha un profumo strepitoso, e in vasetti ermetici in frigo si mantiene per un anno intero!
Volendo si può annotare (io non sono abituata , ma molte volte farei bene a farlo) di volta in volta le piante che userete e le quantità, in modo da trovare la vostra formula magica, il vostro profumo perfetto da dare a verdure, carne, insalate, perfino ad una pasta semplice o ad una focaccia.


Io uso queste erbe fresche, in modo variabile a seconda della disponibilità:

Rosmarino
Salvia
Melissa
Timo citrodoro
Timo volgare
Fiori di Borragine
Erba cipollina
Alloro
Prezzemolo
Origano

aggiungo anche:

Bacche di Ginepro
Pepe in grani


novembre 11, 2009

Zucchero profumato alla Violetta




Ricettina profumata per uno zucchero prezioso, buonissimo sulle crepes, nel latte, nelle tisane d'erbe, o per preparare una torta semplice o i biscotti alla frolla, dandogli un profumo davvero speciale.

Due etti di zucchero di canna, due etti di petali di Violetta Cornuta.

Si trovano spesso nei giardini, o sotto le piante ai limiti del bosco. Si ibridano con colori differenti, viola scuro, giallo, porpora, ma per questa preparazione sarebbero da preferire quelle pure viola.
Lavare delicatamente e asciugare benissimo i petali delle violette, escludendo prima i gambi e le foglie.
In un bel barattolo di vetro mischiare lo zucchero alle violette asciutte, delicatamente senza rompere i petali (si può fare con le mani che viene meglio).
Ora bisogna solo aspettare un paio di settimane, conservando il barattolo lontano dalla luce.
Dopo due settimane lo zucchero sarà profumatissimo.. per chi ama la Violetta, sarà irresistibile, provate a farci i biscotti, ai quali si può aggiungere anche qualche petalo fresco (nell impasto).

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novembre 02, 2009

Bagno d'Avena e Erbe




Bagno d'Avena e Erbe

Fiocchi d'avena pestati a farina
lavanda, camomilla, calendula, boccioli di rosa (erbe essicate)


Mescolare la farina alle erbe, chiudere il preparato in un sacchettino di garza. Appendere sotto al rubinetto in modo che l'acqua che riempie la vasca passi attraverso il sacchetto, rilasciando ne lentamente il contenuto. Il sacchettino può anche esser usato come spugna, passandolo sul viso e sul corpo.
Le proprietà della farina d'avena e delle piente trasformano la pelle in velluto morbido e profumato.

ottobre 30, 2009

Balsamo di rose e miele

Ricettina per un balsamo invernale per le labbra da conservare in un vasetto di vetro al freschino, va bene anche quando sono screpolate!

olio di mandorle (4 cucchiai)
miele (meglio di acacia ma va bene qualsiasi sia liquido e chiaro, come quello sulla, 1 cucchiaio)
cera d'api (naturale, 1 cucchiaio)
olio essenziale di rose (o ciclamino, 10-12 gocce)
olio essenziale di malaleuca (tea tree oil, 10 gocce)

Scaldare a fuoco bassissimo la cera d'api a pezzettini piccoli con l'olio di mandorle. Spegnere la fiamma e aggiungere il miele e gli oli essenziali, mescolando a lungo.
Già fatto.. è buonissimo, naturale e profumato.. una meraviglia!

ottobre 21, 2009

Il Giardino Incantato


Un cancello di ferro, scrostato dal vento e dall aria di mare, immobile, in cima ad una scaletta di muschi argentati. Divide lo spazio angusto dell ingresso, apertura tra i mattoni scuri del muro di cinta, con un glicine violetto, antico come il Tempo, che nodoso si abbarbica sulle sue sbarre decorate. Un amicizia vecchia e consumata, tra il ferro e il glicine, che ha resistito alle tempeste e ai solstizi assolati, e conduce all interno del Giardino Segreto.
Passi ovattati sui timi odorosi, e un certo grado di curiosità e tensione, quasi un senso di inadeguatezza, si colgono nelle iridi di chi vuole sapere.
I Guardiani scuotono appena le immense chiome contro il viola del cielo al crepuscolo: annunciano un arrivo nuovo alla quiete apparente di questa bellezza violenta e rinchiusa.
I visi delle creature si alzano quando passano sotto all arco di mattoni, quasi per acquisir vana sicurezza, poi si volgono per richiudere il cancello cigolante.
Cuori che battono più forte, forse non sanno, ma intuiscono di aver attraversato.
Gli occhi si distendono, affascinati, un istante. Poi immediatamente si incupiscono, quasi volessero penetrare con la semplice ragione nei misteri di questo luogo incantato.
Subito, senza aspettare di conoscerlo.
Una mappa del visitatore, un cartoncino esplicativo.
No, non occorreranno.. Qui nessuno ti dirà cosa troverai.
Salirà nei vostri pensieri il timore puro di ciò che si nasconde tra le mille tonalità di verde, tra i fiori che si scorgono al di là del sentiero di corteccia, tra le figure di muschio e pietra che compaiono inaspettate tra il frusciare di arbusti, in quei pochi primi passi.
Un cinghiale, un drago, e un serpente.
Custodi eterni, anime congelate nel sasso.
Eppure no, persino loro, come alberi e foglie, paiono vivi e pulsanti, attenti ad ascoltare chi sta violando il segreto delle Anime Verdi.
Sospiri leggeri, quasi per non farsi sentire, emettono gli ospiti, avvicinandosi fisicamente l'un altro, inconsciamente, quasi a sfiorarsi. Lo facciamo anche noi a volte, quando il vento ti strappa dal suolo e la tempesta ti solleva da terra e pensi che sarai presto legna da ardere. Ci avviciniamo, ci stringiamo, ci proteggiamo, come fanno ora loro..
Come siamo simili, eppur diversi..
Ecco. Ora la strada a spirale che stanno seguendo conduce al centro, fra poco scorgeranno i Guardiani. Ecco, Silenzio. I due maestosi platani lasciano senza parole qualsiasi entità non li abbia mai visti prima. Le cortecce candide sembrano creature preistoriche, mentre si allungano perfettamente dritte verso il cielo, e le lunghe dita dei rami, rivolti verso l'alto, sembrano quasi sostenerlo come braccia alzate. Oh, le anime di scuotono. Ora capiscono, ora sentono quanto sono piccoli, ora sentono di cosa fanno occasionalmente parte.
Ora hanno capito cosa potrebbe distruggere, svelare, rivoltare e ricostruire la propria Anima.
Ora sanno che quel Giardino Segreto, circondato di mura, è stato abbandonato. Sanno che non è l'uomo che governa qui, ma Noi.
Non vogliono toccare nulla. Non sfiorano una foglia, un fiore. Non osano. Stanno fuori dagli elementi perchè ne hanno timore, forse perchè conoscono bene se stessi e sanno di non appartenervi. Poi, inspiegabilmente, sento i loro cuori che rallentano. Si stanno rilassando, li avverto bene. Sorridono quasi. Qualcuno gli ha detto, in un altra vita, di essere superiori ad ogni altra forma di vita. Di poter comandare ogni cosa.
E invece no. Ora il dubbio è stato scaraventato via, ora lo sanno.
Angoscia, e desiderio insieme, di trovarsi davvero ad essere Parte di quel mondo, di farne Parte. Fosse solo un istante, davanti al lato Oscuro, notturno della Natura: quando ella è abbandonata a se stessa, con la possibilità di rinselvatichirsi. Ancora peggio.
Disagio e desiderio.
Forse per una sorta di empatia ancestrale: volontà di scappare dall oppressione sensoriale quotidiana e sentire la bellezza dell Istinto e del Caos, e allo stesso tempo, contraddittoria, la volontà di restare al sicuro tra le proprie deboli maschere, nascondiglio dei nostri desideri inconfessabili.
Il rinselvatichimento li spaventa ancora di più della Natura incontaminata e libera, perchè è di coloro che scelgono di tornare all'Istinto, dopo aver provato il condizionamento. Ribelli!
E così, queste piccole creature umane, gravate dalle sensazioni più tormentate, si avventurano, compiendo passi silenziosi sulla corteccia umida, che sa di pioggia e foglie che marciscono.
Ripercorrono la spirale al contrario, ma con una leggerezza nel cuore che prima non gli apparteneva.
Le loro anime urlano e rovesciano le catatoniche convinzioni di tutta l'esistenza. Prima di ora.
Il crepuscolo attraversa i rami dei Guardiani, fondendo il viola con il nero, dietro di loro, il buio inghiotte ogni cosa.



immagine Deviantart

ottobre 18, 2009

Erbe Tintorie: Robbia dei Tintori. Rubia Tinctorum


Erbe Tintorie: Robbia dei Tintori



Erbario Robbia. La Pianta Rossa
Rubia tinctorum, Famiglia delle Rubiaceae

Nomi: Robbia, Garanza (italiano); Madder, Dyer's Madder, Indian Madder (inglese); Krapp, Färberkrapp, Färberröte (tedesco); Garance, Garance de Teinturiers (francese); Garanca (portoghese).

“Sunt etiamnum duo genera non nisi sordido nota volgo, ***** quaestu multum polleant, in primis rubia, tinguendis lanis et coriis necessaria. laudatissima Italica et maxime suburbana, et omnes paene provinciae scatent ea. sponte provenit seriturque, similitudine erviliae, verum spinosis foliis et caule. geniculatus hic est quinis circa articulos in orbe foliis. semen eius rubrum, postremo nigrum, radix rubra est. quos in medicina usus habeat dicemus suo loco.”
Plinio “Naturalis Historia”, XIX libro.


Il Rosso, la creazione e la distruzione

Il Rosso è un colore tra più influenti sulla psiche umana. Vivo, potente, pulsante, violento. Come il sangue. Soprattutto come il sangue. La concatenazione è immediata: sangue, rosso chiaro, rosso scuro, che fluisce nel corpo e porta nutrimento, pulisce e ossigena ogni vita, umana e animale. Rosso come il fuoco, portatore di vita e riparo, il tramonto, come il vino e le bacche vischiose del bosco, come i frutti della terra.
Questo colore mi rimanda senza esitazione al potere della creazione.
Al sangue mestruale, all’atto sessuale e al sangue del parto. Creazione.
Ma subito mi rimanda alla visione del sangue delle ferite, della disperazione, alla guerra e ai suoi morti.
Alla visione del fuoco che distrugge, che arde il bosco e gli uomini, implacabile e violento.

A ricordarmi quanto questo colore sia simbolo della creazione e della distruzione, nei secoli, nell'immaginario umano.

Quando la matassa di lana rossa scivola sul bastone emergendo dall’acqua bollente dove si è sciolta la radice di Robbia, è quasi un colpo al cuore. Non riesci a staccare gli occhi da quel pezzo di lana che un ora fa era candido come luna ed ora brilla di rosa, di rosso, di ruggine e di arancione, come il tramonto di una giornata limpida.
E' stupefacente, più di ogni altro colore.
Talmente bello e brillante da sembrare, paradossalmente, innaturale. Si capisce subito che è diverso.
Che quel pezzo di lana avrà altra destinazione dagli oggetti di tutti i giorni.
Se fa questo effetto a noi, che siamo abituati alle forti luci, alle immagini, ai colori industriali, non posso non pensare a quanto debba aver colpito gli animi semplici delle contadine che per prime hanno imparato ad usare il pigmento, tritando quella radice rossastra e mettendoci a bagno la lana grezza.
Come l'avranno scoperto?
Probabilmente la carestia portò alla necessità di nutrirsi di radici di erbe spontanee e diffuse, e vista la capacità del pigmento alizarina di colorare di rosso il latte delle donne in allattamento, compresero la sua natura e il suo miglior utilizzo.
Da sempre il rosso nella colorazione dei tessuti fu riservato ad eventi straordinari: alte cerimonie religiose, paramenti da battaglia, simboli di potere come mantelli e foderi di spada di re e sovrani.
Ma la diffusione esasperata della Robbia tintoria nelle campagne non può non convincermi che nei villaggi questo colore fosse usato più spesso di quanto la guerra, gli Dei o il potere volessero. Immagino, volando con la mente, che ogni donna avesse un pezzo colorato di quel rosso acceso, e che lo indossasse o lo stringesse nei momenti più meravigliosi, o disperati, o dolorosi della sua esistenza.


La Pianta Rossa

Etimologia della parola: deriva da Ruber, Rosso.

La robbia è una delle più importanti piante tintorie della tradizione europea: dalle sue radici e dai suoi fusti sotterranei i popoli di tutto il continente hanno tratto per tremila anni il pigmento rosso, impiegato nelle tinture delle stoffe, nella pittura e nella decorazione.
Dal Neolitico fino al 1880, insieme al Guado e alla Reseda, fu tra le tre fondamentali piante da cui estrarre i tre colori principali: il Rosso, il Blu e il Giallo.

La radice di Robbia fu quindi la fonte erbacea da cui l'Europa intera attinse per secoli per preparare il rosso, il rosa, il viola e mattone per colorare le vesti, i vasi, i muri, i tappeti, le pelli, gli stendardi e le armi: per le donne, i bambini e gli uomini, la gente comune e per le alte cariche religiose, per i soldati e i condottieri.
Dai Greci al Marocco, dai Cretesi agli Etruschi, dalle Highlands alla Gallia e alla Persia, trovò ampia diffusione la coltura di quest’erba, tanto che si può dire che l'industria tessile e tintoria fu letteralmente 'dipendente' da questa radice per colorare cotone, lino e lana per secoli interi; Italia compresa, soprattutto al centro e al sud, dove era persino usata per le vesti dei Medici di Firenze nell’epoca del loro splendore.
Ma non solo: le piante di robbia (e le loro radici) furono utilizzate a lungo anche nella cura e nella guarigione, per le proprietà che vedremo, e persino dai pastori nella filtratura del latte appena munto, come garza per escludere particelle contaminanti dal secchio.

Il suo impiego nella tintoria però, fu davvero enorme, proprio perchè il colore che si ottiene dalle sue radici, anche se sensibile alla luce e all’acqua come tutti i coloranti organici, si presenta molto brillante nel risultato sui filati, stabile (cioè che tende a restare intatto anche dopo il lavaggio prolungato dei filati) ed economico (rispetto ad esempio alla porpora animale), grazie al suo principio attivo, identificato nel 1886 come Alizarina e da quello stesso anno solare prodotto soltanto sinteticamente.
La brillantezza del rosso della Robbia è caratteristica della specie, nonostante un piccola variabilità dovuta alla diversità del contenuto di principio attivo delle singole piante, all'uso dei mordenti e dei loro dosaggi, usati nel bagnocolore.
Questa è la bellezza del pigmento naturale, la diversità leggera di sfumature tra matassa e matassa, così distante dai tessuti colorati con pigmenti industriali, perfettamente sempre identici nella loro resa, omogenea e indistruttibile… così anonimi, conformati, distanti dai colori sorprendenti dei pigmenti naturali, così simili alla dolcezza dei toni delle piante e delle erbe.

Il pigmento rosso della robbia si presta molto bene a mescolarsi con altre tinte: si dice che in Gallia si mescolava la Robbia con il Guado (Isatis tinctoria) per ottenere una tintura violacea, meravigliosamente sfumata di rosso o di blu a seconda delle quantità di pigmenti utilizzati e al tipo della lana da tingere. Venne inoltre mischiata alla Reseda e ad altre piante tintorie, come i petali di papavero, contribuendo alla creazione di infinite variazioni di colore da tintura.
Nella pittura la Robbia fu impiegata maggiormente come componente di miscele di colori per creare varietà cromatiche, mentre fu usata pura come inchiostro, per scrivere i documenti più importanti, e per i monaci che compilavano con le Miniature rosse gli antichi testi, tramandatisi fino ai nostri giorni.


Riconoscimento

La Rubia tinctorum è una pianta del genere Rubiacee, flessibile e resistente, con piccoli fiori bianchi in grappoli e bacche rosso scuro che a maturazione diventano nere. Può crescere fino ad un metro. Fiorisce all’inizio dell’estate, con variazioni temporali dovute alla latitudine alla quale si coltiva. E' perenne e spontanea. I fusti sono striscianti, con piccoli aculei verso terra, così come le foglie.
Le radici cilindriche e i fusti ipogei rappresentano la parte interessante dal punto di vista tintorio: è un rizoma dall'odore pungente, e acquista la sua capacità di produrre il pigmento in sostanziali quantità solo dal terzo anno dalla semina. Il colorante Alizarina (glicoside) si deposita con il tempo sulla corteccia delle radici, fissandosi. Le radici vengono estratte dalla terra, essiccate e macinate, per ottenere una sottile polvere colorante, praticamente inattaccabile, che può durare in conservazione per diversi anni.


Tintura

Dalla polvere della radice della Robbia, macinata finemente, è piuttosto semplice ottenere una buona colorazione del filato, soprattutto usando fibre naturali come la lana e il cotone.
Si prepara il bagnocolore con un dosaggio alto di polvere (circa metà del peso della lana che si intende tingere), poi si aggiunge allume di rocca in piccole quantità e si immerge la matassa nel liquido che bolle sul fuoco per circa un ora. L'allume di rocca in passato veniva estratto da giacimenti naturali.
Le gradazioni di rosa e arancione si ottengono diminuendo il tempo di bagnocolore, o dividendo il bagnocolore per più matasse, messe a mollo in tempi differenti. Va considerata la capacità di ogni pianta di essere individuale, di avere concentrazioni differenti di pigmento, per età o variabilità climatica. Mentre la matassa bolle nel bagnocolore, va mescolata a lungo con un ramo di legno, perchè il pigmento deve distribuirsi bene per creare un colore omogeneo.




Usi e proprietà curative

La Rubia tinctorum ha proprietà diuretiche e depurative. Viene coltivata pochissimo ai nostri giorni e non è certo di facile reperibilità, ma si può trovare ancora, raramente, allo stato spontaneo.
Si utilizza sostanzialmente per le malattie dell’apparato urinario soprattutto come aiuto a reni e fegato nella fisiologica operazione di filtraggio. Non va mai utilizzata in gravidanza e in allattamento; è in grado di colorare il latte materno.
La radice della robbia domestica è anche antinfiammatoria. Venne impiegata nella fitoterapia tradizionale per problemi connessi alle cistiti, spesso mescolata alla betulla. Inoltre venivano preparati cataplasmi di robbia contro i reumatismi, mentre alcuni sostengono che abbia proprietà di semplificare il parto nelle puerpere.

Tra le erbe tintorie, il rosso si può ottenere anche da:
Dracena Draco (Sangue di Drago), pianta subtropicale che era conosciuta anche nell’antica Roma. La sua linfa, rapprendendosi, prende il colore rosso e fu impiegata come colorante.
Robinia Pseudoacacia (Acacia o Robinia), bacche. La corteccia dà il giallo.
Roccella tinctoria (lichene)
Il Legno rosso Brasiliano.

Se desiderate oltrepassare il confine tra la scrittura e la pratica della tintura, concedetevi un giro a contemplare le matasse tinte con la Robbia, alla MatassaUltravioletta, cioè qui: Stefania e la Robbia.


Fonti

Il grande libro delle erbe, Mosaico editore, 1996
http://www.henriettesherbal.com
http://www.botanical.com
http://fr.wikipedia.org/wiki/Garance_des_teinturiers


Articolo scritto da LaZiaArtemisia. Vietata la riproduzione anche parziale senza il permesso dell’autrice e senza citare la fonte.

La Zuppa di Zucca della Zia Artemisia


* porri, carote e sedano per il soffritto
* 1kg di zucca
* 2l di brodo caldo
* 1/4 di litro di panna liquida
* salvia e rosmarino
* olio d'oliva

* pasta sfoglia

Zuppa di Zucca ufficiale. Tradizionale ricettina veneta della mia famiglia paterna.

Preparazione

Trito grosso di porro, carote e sedano, soffritto in olio d'oliva. Viene aggiunta la zucca a pezzi. Si aggiungono due litri di brodo caldo. Far bollire dolcemente per un ora, per ottenere una crema densa; poi aggiungere la panna liquida o latte. Prima di servire, potete aggiungere un trito di salvia e rosmarino, o pezzettini di pane integrale tostato.



Questa zuppa è pazzesca, soprattutto se una volta pronta viene passata in forno in una pentola di coccio, foderata di pasta sfoglia, e coperta proprio come un coperchio da un altro disco di sfoglia. Dopo mezzora la sfoglia dorata si sforna con la zuppa fumante dentro... da farcene una malattia!



immagine link

   


ottobre 16, 2009

Ricette di Samhein: Purè di Zucca

Prendere una bella zucchetta e togliere la parte verde. Tagliare a pezzetti piccoli la polpa, cuocere al vapore o nel forno finchè la forchetta affonda bene, circa venti minuti.
Poi frullare e mettere quindi in padella con un pezzo di burro sciolto, a fiamma bassa.
Aggiungere a filo il latte (tiepido è meglio) e il sale, mescolando finchè ha la consistenza del purè di patate.
Spegnere il fuoco, aggiungere burro a pezzettini (pochino, neh!) e parmigiano, e montare il purè con la frusta qualche minuto, per farlo soffice e leggero.
Strepitoso!

pubblicato anche qui: http://www.tempiodellaninfa.net

settembre 14, 2009

Glastonbury Tor



Il Tor è un luogo talmente luminoso nel suo profondo, che anche chi non vuole e non riesce, non può evitare di sentire che 'c'è qualcosa' di forte e potente, in questa collina e tutto attorno.

Ti avvicini a Glastonbury con la macchinina, guidando a rovescio sulle stradine contorte del Somerset. Cespugli, vacche, casine di pietra, alberi e fiori colorati, campi infiniti di verdi differenti che si susseguono lentamente sui dolcissimi pendii, colline delicate, che si alzano appena sulla spianata di prati.
Poi ad un certo punto, tra il sali scendi della carreggiata, ti prende qualcosa alla gola.






Ti è parso un pò una visione, invece l'hai visto proprio, di sfuggita, l'ultima curva, là a sinistra. Lo indichi col ditino ai presenti, ma non serve a molto, perchè è come se nella campagna apparisse qualcosa di luminoso, violentemente luminoso. Impossibile non vederlo, impossibile non percepirne già, da miglia di distanza, il potere.
E' un colle piccino, quasi tondeggiante, che emerge come un isola.. si proprio la prima impressione che hai è che è un isola, dai prati del Somerset. E la Torre sopra no, non la puoi confondere, con tutte le volte che te la sei immaginata nelle descrizioni degli scrittori e nelle immagini che hai intravisto. Rimani lì un pò così.
Soltanto non vedi l'ora di arrivarci.
E poi ci arrivi davvero.
Attraversi la 'variopinta' cittadina di Glastonbury, guardi mentre passi l'Abbazia, perchè è immensa e grigia tra il verde assurdamente verde, ma il tuo cuore è già lassù, dove c'è la Torre.
La macchina si ferma in basso, nei pressi dei giardini del Chalice Well, ai sui piedi tondeggianti, coperti di alberi e cespugli.
Resti a fissarlo dal basso qualche istante.
Un piccolo sogno che si avvera...
Nella mia vita ho letto tanti libri che ne parlavano, che lo descrivevano, che lo spiegavano. Eppure essere lì è diverso.
Il verde dell erba che si muove con il vento, sui contorni indefiniti della collina (da sopra non si capisce proprio la conformazione del luogo, ciò che hai davanti è già piuttosto appagante.. la campagna, i verdi che si mischiano tra le casine di pietra e i ruscelli argentati..), e la totale assenza di alberi lassopra. E' piuttosto anomalo, ma non ce ne sono. In compenso una piccola mandria delle mie adorate bovine pascola placida sotto la pioggerellina leggera. Inutile dirvi che il mio ego ha creduto fortemente che fossero lì, in quel momento e in quel luogo, perchè le amo così tanto, perchè nei loro occhi vedo una pace così assoluta che mi riporta 'apposto' con il mondo.
Ho letto che molti turisti animati forse da una maggior consapevolezza e conoscenza spirituale del Tor, saliti sul colle hanno percepito che la Torre (il Campanile) è una presenza ingombrante, inutile e rovinosa, nella misticità pura di quel luogo Sacro. Invece io l'ho amata, eccome. Sarà forse perchè una bella bovina si grattava il muso sulle sue pietre scure e bagnate, ma io una collocazione, lì, in quel punto, l'ho giustificata.
So che secondo l'antica religione la Dea e il Dio non venivano celebrati in luoghi costruiti dalle mani dell' uomo, e che quindi quell'artificio, lì così, non ha molto senso, eppure secondo me il suo significato ce l'ha.
Prima cosa: il terremoto ha abbattuto la Cappella, ma la Torre no. Se qualche forza potente ha davvero voluto abbattere la Chiesa, con facilità avrebbe potuto abbattere anche quella. ..invece no, lei è rimasta su...
Secondo: è buca. Non ha tetto, e quindi la luce e la pioggia entrano sul suo pavimento dal cielo nero sopra le nostre teste. Evidentemente mi sbagliavo, ma l'ho sempre immaginata serrata, magari con un bel portone austero che la chiudeva agli occhi blasfemi dei new-agers che salivano sul colle per celebrare la Dea.. invece no, è aperta, e dentro non c'è nulla. E' aperta su due lati, e se ci entri è come se il vento impietoso fosse esattamente lì convogliato. Tradotto: tira un vento pazzesco, che quasi non stai in piedi. Io che pure adoro il vento l'ho dovuto giudicare perfino un tantino troppo forte per essere sopportato.
Queste due piccole incongruenze tra quello che immaginavo e la realtà, ma l'hanno fatta amare. Si dice che la linea di Energia che arriva da Stonehenge fino al Glastonbury Tor, passi esattamente tra le due aperture, esattamente in direzione del vento che la trapassa come un fascio di aghi.
E' una sensazione inaspettata e fortissima, trovarsi in mezzo a quella corrente. Travolgente.
Poi pensi alla famosa caverna che dovrebbe trovarsi all interno del Tor, e allora realizzi. E ti viene spontaneo un -Qui!- ..che se c'è stato e c'è un ingresso segreto alle profondità di quel colle così incantato, allora l'ingresso non può essere che lì. E allora senti quasi sprofondare la terra sotto i piedi, come se cadessi in un buco, un pozzo, un tunnel che ti porta in basso, nella caverna originaria, dove la luce dell Omphalos e la Tessitrice ti aspetteranno per condurti fra i Mondi.. Manca quasi l'aria, si chiudono gli occhi. Respiri.. Sensazioni, giuro, mai provate nella mia vita intera.

Ma torniamo alla visita.
Due sono i sentieri che conducono alla cima del Tor, e quello a spirale era una mare di fango quando siamo arrivati noi, quindi abbiamo preso la via più breve. Una salita di qualche minuto, dolce, attraversando il piccolo boschetto dove vivono coloro che secondo la leggenda annunciavano l'incipit del cammino iniziatico sul Tor: Gog e Magog, le due Querce millenarie, contorte e nodose, i guardiani Sacri. Si dice che loro erano le prime due creature del Viale di Querce che anticamente conduceva alla cima.
Affianco alle due Querce ci sono gli Holy Thorn, gli alberi di spine che derivano da tralci di quello più famoso, portato da Giuseppe d' Arimatea e che ora sta nel parco dell'Abbazia. Non li avevo mai visti, le loro bacche rosse richiamavano gli uccelli e i loro rametti, spinosi, ricordano il biancospino.
Tutt' intorno, una volta arrivati in cima, c'è un paesaggio particolare, visto da lassù. Sembra davvero un mare. Un mare di verde e scogli di sassi e di alberi, che ondeggia lentamente sotto i tuoi occhi. E ti senti su un isola, tra la nebbiolina al disotto e la pioggia di sopra. E' una sensazione che riempie, che isola, ma allo stesso tempo che scuote, che smuove. Un Energia pronfonda, forse un poco autosuggestiva, di empatia con il mondo, con tutto ciò che è, nel bene e nel male, nella luce e nell oscurità. Ti senti lì, al centro del mondo, tu da sola e il vento che ti scuote ogni brandello, parte di tutto.
E se senti un corvo che grida, allora chiudi gli occhi e quasi non ci credi di essere lì..

agosto 24, 2009

La Danza e le Erbe: le Api e i tipi di Miele

“Ma ecco che, proprio seguendo l'ape, noi siamo ancora una volta rientrati nel mondo meraviglioso della Potnia, la quale si diletta a pieno dei fiori come di cosa sua, nella libertà della vita boschereccia, e li sceglie e li raccoglie non solo per ornarsene il capo e il seno, non solo perchè le sue ministre - come lei - se ne facciano belle, ma perchè dal loro succo sa trarre farmachi salutari e filtri, di cui essa sola conosce i magici effetti. (...)

Certo gli antichi naturalisti si soffermano compiaciuti a narrarci le preferenze delle api: dalla quercia annosa e possente, che noi conosciamo come uno dei prediletti alberi della Potnia, alla vite ben nota per i suoi rapporti con la Magna Mater; dal pino, dal tiglio, dal frassino eccelso e dall'orniello trasudante la manna, a tutti quegli "arbusculae incrementi parvi" di cui Columella ci dà un elenco ben vasto e vario, confermato e arricchito da Plinio; ma nel susseguirsi di nomi vari che ci richiamano colori freschi e profumi semplici di prati e balze montane, alcuni specialmente attirano la nostra attenzione: la viola, il giacinto, il croco, il papavero, il giglio, il trifoglio; fiori tutti che sono tra i più cari alla Potnia (...)”

(Melissa dea cretese, Momolina Marconi, in Athaenum, Pavia, 1940)


Le api danzano. Nello sbattere d'ali su aliti di vento, tra i fiori e le erbe, compiono cerchi e spirali, voli dritti e traiettorie angolate, cercando il misterioso nettare con cui costruire con pazienza il tesoro più prezioso, il Miele.
Le ammiriamo cercare, e trovare, l'ingresso segreto alle caverne violacee delle digitalis, volteggiare come danzatrici antiche sui fiori candidi del glicine, seguire colori, profumi e luccichii d'acqua come in un ballo leggiadro e delicato, che racconta di sole e di prati, di correnti di vento e vere estasi aromatiche.
Ma non solo.
Le api danzano soprattutto quando tornano, vittoriose, al Castello del loro Regno matriarcale, l'Alveare. L'ape danzatrice giunge con il polline, e le altre l'attendono, al chiuso dell’alveare: si fermano, per guardarla, rapite e entusiaste, mentre ella compie passi decisi che danno inizio alla danza della memoria.
La danza ha un preciso scopo: attraverso i movimenti e la posizione che assume, l’ape insegna alle sorelle dove si trovano i fiori più puri e ricchi di polline nella zona circostante.
E' un rituale di memoria collettiva, un’indicazione da parte di chi ha trovato ciò che cercava, in aiuto alle più inesperte e per le piccole api che stanno imparando l'Arte; è un insegnamento prezioso, perchè in realtà, è l'unica cosa che conterà nella loro vita.
Attraverso la danza a “otto” compiuta nell’alveare, sempre circolare ma ogni volta differente a seconda della posizione delle piante che vogliono segnalare, le api raccontano attraverso i movimenti del loro corpo in che direzione rispetto al sole siano i gruppi di fiori prescelti.
Lo fanno in modo perfetto: non tralasciano la distanza, oltre alla posizione e alle difficoltà per raggiungere la meta, segnalandola con la lentezza o con la velocità del corpo.
Mentre danzano, rilasciano i profumi dei fiori che hanno visitato, in modo che le altre api possano riconoscere facilmente i preferiti fra gli altri, una volta giunte nella posizione geografica corretta.

E la scelta dei pollini non è soltanto una questione di gusto o di colori dei fiori, ma soprattutto di salubrità: scartano istintivamente le piante inquinate dai gas e dai pesticidi, scelgono le migliori per la propria sussistenza, quindi per l'elaborazione della ricetta del miracoloso miele.
Per questo le api sono anche dette “sentinelle biologiche”, perchè avvertono la presenza dei pesticidi e la rifuggono, evitando quindi le zone inquinate (escludendo i tragici casi come le ultime morie di api dovute ai pesticidi nicotinoidi…).
Potremmo perfino immaginare che le api scelgano i nettari migliori in base agli effetti benefici, magici o chimici, delle differenti erbe nei differenti luoghi che visitano, durante la loro Cerca (cfr. la citazione all’inizio dell’articolo, di Momolina Marconi).
In effetti una parte dei principi attivi delle piante, attraverso il polline giunge direttamente nel Miele, che in molti casi rispecchia, seppur lievemente, le caratteristiche curative delle erbe dalle quali proviene.

Il miele infatti si identifica in base all’analisi dei pollini presenti, cioè in base al tipo di piante e fiori che l'ape utilizza nella sua preparazione. Ogni pianta o fiore ha un suo polline distintivo, per cui riconoscibile, anche se presente in piccole quantità, come nel Millefiori.
I differenti pollini danno ai mieli qualità fisiche diverse: ci sono mieli che cristallizzano velocemente, che non cristallizzano, chiari, scuri, densi, liquidi, dai mille profumi e gradazioni di colore e aroma.
Probabilmente alcune piccole quantità dei principi attivi delle piante (specie quelle officinali) riescono a “passare” nel miele durante la sua lavorazione, e in genere i mieli hanno lo stesso effetto – cura – dell’infuso della pianta stessa, anche se in dosaggi molto minori: vengono infatti spesso utilizzati per dolcificare gli infusi della pianta madre, rafforzandone la potenza.

I mieli identificati sono questi:

Acacia
Tra i mieli il più comune, dal colore chiaro, consistenza liquida. Adatto ai bimbi perchè poco aromatico, ai quali si dà puro, per combattere il mal di gola.

Arancia (detto anche Miele di Zagara)
Chiarissimo, quasi bianco, cristallizzato spesso come sabbia grossa. Si dice utile contro l'insonnia e i nervi tesi, ma anche come integratore, perchè è ricco di calcio e vitamine.

Asfodelo
Dai meravigliosi fiori di Asfodelo nasce questo miele delicato, giallo oro, dal profumo di fiori.

Bergamotto
Deriva dai fiori di un agrume mediterraneo, secondo alcuni produttori è utile contro i raffreddori di stagione.

Cardo
Color dell'oro, dal profumo leggero.

Castagno
Scuro e liquido, perfino amaro. Si dice molto utile nelle terapie contro l’influenza e la tosse, associato con infuso di tiglio, rosa canina, gemme di pino. È anche considerato un ottimo ricostituente, anche in casi di anemia e poca circolazione del sangue.

Colza
Questo miele è molto chiaro e delicato, ha un profumo deciso, che richiama fortemente quello della pianta di origine. Non piace a molti e per questo non è molto prodotto, tranne nelle zone di forte concentrazione nella produzione di olii vegetali.

Corbezzolo
Miele amaro, di produzione autunnale, cristallizza quasi subito.

Erica
Miele ricostituente e antianemico. Viene prodotto nelle zone oceaniche francesi e inglesi, e nel mar Mediterraneo.

Eucalipto
Miele Balsamico, utile nelle terapie per combattere la tosse grassa, il catarro, il mal di gola, e come cicatrizzante interno (ad esempio in piaghe buccali e afte)

Girasole
Colore giallo, molto dolce. Contiene sostanze febbrifughe ed è noto per la presenza di molto calcio: è quindi utilizzato come ricalcificante, soprattutto per gli anziani.

Lavanda
Miele tipicamente d'oltralpe, profumato e ambrato. Viene usato in diverse preparazioni culinarie, pasticcere e in panetteria. E' un balsamo per la gola e le corde vocali. Non presenta però il profumo caratteristico dell'amata pianta.

Leguminose (Medica, Trifoglio, Lupinella)
Come tutti i mieli ha proprietà ricostituenti, ma sembra che i pollini delle leguminose possano rafforzare questo effetto curativo. Il miele di Lupinella era piuttosto conosciuto in passato, ma ora, mancando le coltivazioni di questi tipi di prati stabili come foraggio, si produce in piccolissime quantità. E' chiaro, quasi bianco, cristallizza delicatamente.

Limone
Come il miele all'arancio, assume colorazione aranciata, e cristallizza morbidamente, come fondente.

Manuka
Proviene dalla nuova Zelanda, dove l'utilizzo di questo miele risale tradizionalmente ai Maori. Ha proprietà testate scientificamente sui problemi di stomaco e, come cicatrizzante, sulle eruzioni cutanee. Viene utilizzato come medicinale anche negli ospedali Neozelandesi.

Melata d'Abete e Melata di Nocciolo
Colore scuro, molto liquido. Antibatterico per le vie respiratorie, come il miele di Pino Mugo. La melata viene prodotta dalle api utilizzando gli escrementi di afidi e insetti degli alberi, dai quali possono acquisire differenti qualità e usi.

Melo (e Pero)
Ottimo miele liquido, che cristallizza come sabbia sottile, dal sapore di mela e di fiori.

Millefiori
Composto di molti pollini, miele di prati composti (come quello stabile da fieno) o selvatici, colorati e profumati diversamente a seconda della zona climatica e geografica dove si trovano.

Quercia
Miele scurissimo, liquido, contiene molti sali minerali, che ne fa certamente un rapido ricostituente (indicato per sforzi fisici notevoli)

Rododendro
Si dice sia uno dei mieli migliori. Prodotto in alta montagna, è utile contro l'artrite e calmante, ma anche usato nella cura delle vie respiratorie (proprietà comune a tutti i mieli)

Rosmarino
Colore chiarissimo, facilmente cristallizzabile. Come la pianta, è utile sia puro che per dolcificare tisane al rosmarino e eucalipto, oltre che per pulire le vie respiratorie.

Rovo
Miele di bosco e di incolti, ambrato tanto da aver sfumature verdastre, dal profumo intenso, ma al tempo stesso delicato.

Sulla
Miele dal sapore poco intenso, può essere usato per dolcificare il caffè, in quanto non lascia aroma nella bevanda. E' chiarissimo, quasi bianco.

Tarassaco
Depurativo, di colore giallo, come l'infuso della pianta stessa. Cristallizza subito e ha un profumo caratteristico e intenso.

Tiglio
A volte miscelato con la melata stessa di Tiglio, ha profumo balsamico. Attività calmante (si usa anche nelle tisane rilassanti) e sudorifera, può essere usato durante le influenze, per rafforzare l'effetto dell’infuso di fiori della pianta madre.

Timo
Miele aromatico, intenso profumo, color giallo e arancio. Come la pianta stessa, deciso febbrifugo e calmante. Da usare con l'infuso di fiori di timo per le influenze invernali.

***

Consigli dalla Zia per chi usa il miele

Il Miele come alimento è eccezionale sotto tutti i punti di vista: è energia sia immediata che di riserva, è un purificante vero del fegato, che lo ripulisce dalle tossine; è un forte antibatterico, da usare sempre, soprattutto nelle malattie invernali e da raffreddamento; è riserva di sali minerali (calcio, magnesio, rame, manganese, zolfo) e vitamine (maggiormente il gruppo B).
Un alimento perfetto, irrinunciabile.

È preferibile sciogliere sempre il miele nella tisana quando non è più bollente, per non perdere le caratteristiche organolettiche e le proprietà curative. Non va infatti “estratto” il principio attivo, come fa l’acqua calda con le erbe nella tisana o nel decotto, ma va assunto “con” il miele stesso, che deve quindi mantenere tutti i suoi vantaggi alimentari, oltre al principio attivo curante, e non essere alterato dall’alta temperatura della tazza.

È bene usare soltanto mieli di agricoltura biologica, perchè i pesticidi impiegati nelle colture persistono nel miele e quindi vengono “veicolati” nel nostro corpo. Lo stesso vale per gli antibiotici che gli apicoltori non biologici somministrano agli alveari in via preventiva.

«Se l’ape scomparirà dalla superficie della terra, allora agli uomini rimarranno solo pochi anni di vita. Non più api non più impollinazione, non più piante, non più animali, non più uomo».
(Frase attribuita ad Albert Einstein)

Se non ci saranno le api, se il loro battito d'ali non potrà più garantire l'impollinazione di tutti o quasi gli abitanti del mondo vegetale, non crescerà più nulla, non ci saranno più fiori, frutti, piante, brughiere e boschi. L'intero ecosistema si distruggerà. Il disastro ecologico toccherà la maggior parte delle erbe, degli alberi e delle piante, delle verdure e dei fiori, sia da reddito che selvatici. E oltretutto sarà una tragedia economica, con una successiva inevitabile carestia mondiale. Una carenza di cibo non solo vegetale, ma anche di proteine animali, visto che i nostri animali da consumo vengono nutriti a cereali e erba.
Evitate di usare in giardino “veleni per insetti” il più possibile, impiegandoli solo in aree ristrette per essere protetti, ma lasciando spazio in giardino ai fiori spontanei, perchè Melissa e le api possano continuare a regalarci questo mondo, che ancora è bellissimo…


Fonti

www.terranauta.it
www.mieliditalia.it/
Pubblicato anche qui: http://www.tempiodellaninfa.net

luglio 07, 2009

Donne Selvatiche di Claudio Risè e Moidi Paregger

Donne Selvatiche

di Claudio Risè e Moidi Paregger

Attraverso i racconti delle leggende delle Salighe, gli esseri luminosi delle foreste del Tirolo, i due autori ci parlano di della Donna Selvatica dentro di noi e del suo modo di agire.
Il libro è semplicemente meraviglioso. I racconti, trovati in varie zone delle Alpi (Trenitino, Bavaria, Svizzera etc) narrano le storie delle Salighe, che ho identificato come creature luminose della foresta, sagge e bellissime, che vivono nelle grotte e nelle rocce delle montagne, e spesso scendono dai contandini per prestare il loro aiuto, per unirsi a loro e per portare il loro consiglio sui ritmi della natura e della semina. Questi racconti mi hanno.. stregata, letteramente. Avevo sentito parlare di queste creature numinose, ma la grande quantità di piccoli racconti, delucidazioni degli autori, interpretazioni dei loro comportamenti, ad opera degli stessi, mi hanno 'aperto un mondo' come si usa dire.
Mi sono sentita così 'vicina' a queste donne (sarà che sono nata sulle Alpi e che molti dei miei istinti sono simili a quelli che si narra appartenessero a queste donne, che mi sono quasi subito 'ritrovata' nelle descrizioni e nei comportamenti). Ho capito, quasi alle prime parole del libro, che era anche la mia energia, ''forza e mistero del femminile'' anche se solo una delle 'strade' che mi immagino ognuna di noi compia, per avvicinarsi alla luce della Dea e al suo potere.
Da dove partire? Allora, ci sono due o tre concetti fondamentali che piu di altri mi hanno fatto pensare per giorni interi su quello che siamo.. 'diventati', rispetto alla purezza, alla fecondità e al vivere di queste creature.
La prima cosa che volevo riportarvi è il concetto di amore per gli animali che le Salighe mostrano ai cacciatori e ai contadini. Esse stesse allevano camosci per berne il latte, ma proteggono gli animali del bosco dai cacciatori di frodo, da coloro che cacciano indiscriminatamente le mamme e i piccoli: si pongono fisicamente a protezione degli animali indifesi: al che il predatore, sconvolto dalla loro stessa presenza e dal timore, lasciano la preda.Le Salighe proteggono gli animali perchè gli animali sono l'istinto. Sono la parte istintuale che stiamo perdendo (lo dimostrano certe fobie verso specie animali) a favore del raziocinio, strumento piuttosto distante dalle Nostre. Ciò è quanto piu distante dal LUMEN NATURAE che le Salighe rappresentano. Equilibrio. e Istinto.
Un concetto che non conoscevo: Empatia: cioè la capacità di 'sentire' in relazione agli altri. Anche questo è 'qualcosa' che stiamo perdendo. Lo rappresenta l'orrore che un uomo può fare ad un altro : i campi di concentramento. Secondo gli autori: 'l'orrore scaturisce dal rifiuto da parte degli assassini, di immaginarsi al posto delle vittime'. In pratica, la mancanza di quel sentimento comune della vita.
Un altra cosa che mi ha rapito è la capacità di conoscere e prevedere il tempo, poichè sempre attente al cielo, ai suoi mutamenti. E di conseguenza, preziose per le coltivazioni: insegnavano quanto seminare ai contadini, quando falciare etc. Questo, secondo gli autori, sarebbe un istinto di conservazione della saggezza dell uomo, che noi come 'società' stiamo perdendo. Non raccontiamo piu fiabe e leggende ai nostri piccoli, perchè troviamo comodo appostarli davanti all televisione. Così però si accumulano soltanto nozioni spesso inutili e una marea di scemenze che inviteranno questi bimbi ad occuparsi di queste, invece di conoscere i ritmi della terra e le leggende dove la saggezza mette sempre 'a posto' le cose.
Stra-consigliato.



Recensione pubblicata anche qui: http://www.tempiodellaninfa.net

Ortica - Erba Brucia Urtica dioica, Urtica urens



Erba Brucia
Urtica dioica, Urtica urens

Nomi: (Dialettali Italiani) Ortiga, Erba brucia, Vendetta delle suocere, Garganella, Ardica.
(Tedesco) Nessel. (Inglese): Nettle, Cool faugh, Devil's claw, Devil's plaything. (Gaelico): Neanntóg

"Non l'ho sognata, eppure l'ho trovata sul mio cammino. Le foglie e il gambo irritano la pelle e la bocca; è oscura, tenace, strisciante, si propaga con silente calma, si fissa e si fa avvolgente. Tya lascia il segno."
Tya - Ortica (da Piante di energia, Haria, Rupe Mutevole Edizioni, 2005)



Erba Brucia

L'ortica è un’erba spontanea infestante, che spesso, nelle passeggiate, evitiamo accuratamente. Appartiene alla famiglia delle Urticacee (come un altra selvatica, la Parietaria, che vive tra le crepe dei muri). Il suo nome deriva dal latino "urere": bruciare, irritare. La nota causa di ciò è la riposta della pelle al contatto con l'erba, ovvero quando, toccandola, spezziamo inavvertitamente le sottili spine cave che ricoprono quasi interamente la pianta. Queste contengono l'acido formico, irritante della pelle. In realtà le anziane insegnano che si possono tranquillamente cogliere le ortiche prendendole da sotto una coppia di foglie, dal basso verso l'alto, senza provare bruciore. Ha sempre attirato la mia attenzione, e il materiale che ho collezionato negli anni sul suo conto nella maggior parte si è perso. Ma ciò che mi è rimasto impresso, ogni anno, ad ogni passeggiata e quindi ad ogni incontro con quest’erba, è la sua potenza, il suo verde così forte e splendente, eppur sfumato d'argento, la sua tenacia (come dice Tya) nel crescere tra le crepe dei muri o lungo i sentieri della campagna, la sua forza oscura nel pungere e nel guarire, nel bruciare e nel curare, nel ferire e nel proteggere.
Duplice, e ugualmente efficiente in entrambi i lati della sua dicotomia.

Storia

Molti popoli conobbero l'ortica e non ebbero per lei alcun odio o rancore, nonostante la sua potente azione, fastidiosa e dolorosa al contatto. Non scoraggiandosi al primo impatto, impararono a conoscerla davvero. E questa pianta si rivelò una fonte di doti inesauribile.
Le differenti culture, nei secoli, le attribuirono usanze, storie e simbologie: prima fra tutte fu quella della fecondità maschile, nel senso più ampio possibile, riferita quindi al Dio, all’Uomo Verde, al Grande Cervo che cerca la sua sposa in tempo di primavera, a Beltane. Dai Greci che se cibavano, e ne mangiavano anche i semi per incrementare la prestanza sessuale, il suo messaggio di rinascita e fertilità fu ampiamente intuito anche dalle popolazioni Celtiche, dove l'ortica venne considerata ingrediente fondamentale della zuppa di primavera, come simbolo della mascolinità naturale, dell’Uomo Verde che portava il suo dono di fertilità alla Terra all’inizio della metà Luminosa dell’anno.
Narra la leggenda che presso gli antichi Sassoni l'ortica fu associata a Thor, il dio del Tuono: si dice che posando le ortiche sul tetto della casa prima del temporale, questi popoli indirizzassero i fulmini verso la terra e non sulla propria abitazione.
Altri popoli coniarono nuovi utilizzi per quest’erba: fu bevanda alcolica per i Francesi, fu medicamento per l'artrosi nelle mie valli Orobie, In Francia veniva utilizzata per ricavarne un alcool simile a quello etilico, e ancora nel bergamasco si usava mettere le mani nelle ortiche per combattere l'artrosi, e per eliminare le scorie del sangue e combattere le patologie renali e artritiche. E' un tonico naturale ricco di vitamine, A e C in particolare.
Già nel 1653, il noto erborista Culpepper scrisse che mangiare ortiche portava letteralmente via l'accumulo di liquidi invernali dei corpi, associando quindi questa pianta con la primavera.
L'ortica fu usata dai preistorici come fibra vegetale per confezionare tessuti: il nome anglofono Nettle, infatti, si riferisce al tessuto fatto con le fibre d'ortica, largamente utilizzato nel Nord Europa prima ancora dell'uso diffuso della lana e del cotone. Anche in Germania si ricavarono fibre tessili, usate in Europa durante la prima guerra mondiale.
Ancora ai nostri giorni alcune popolazioni della Siberia, lasciano crescere l’ortica intorno alle loro abitazioni per ricavarne fibre tessili che forniscono una speciale tela verde, solida e dura, praticamente indistruttibile.
Per i vecchi Piemontesi fu segno di protezione; portata in un piccolo mazzetto nelle tasche proteggeva dal male e gettata sulle braci ardenti in Sud Tirolo preservava la casa dal temporale.
La simbologia dell’ortica trova terreno fertile anche in Scozia, dove un tempo si pensava che essa crescesse sul sangue dei morti, e sempre in Inghilterra veniva considerata il simbolo della presenza di creature soprannaturali, che venivano protette dagli aculei della pianta.

Invece di goderne le doti e i poteri, altri popoli e altre culture utilizzarono quest’erba per singolari scopi e differenti simbologie: la definirono “maligna” e concepirono un suo uso come strumento di purificazione e punizione a partire dai Romani fino a metà dell’Ottocento, attraversando il Medioevo con le auto-flagellazioni dei monaci. Mille anni di fustigazioni e auto-flagellazioni fatti con questa pianta, che poteva assumere ben altre funzioni, come quella alimentare, essendo un tonico ricco di vitamine che avrebbe potuto salvare molte persone dalle malattie dovute a carenze di queste molecole fondamentali.

La Pianta

L'ortica è una pianta infestante perenne, comune in tutti i terreni, specialmente in quelli ricchi di azoto e humus naturale. Cresce soprattutto negli incolti e tra i ruderi abbandonati, sui sentieri boschivi o sui sassi delle stradine di campagna e città. Cresce fino alla alta montagna e ha radici striscianti e ramificate, il fusto eretto e rigido, contenente silice, alto fino ad un metro e mezzo, semplice con foglie opposte, stipolate, ovali, a cuore, dal margine dentellato e pelose. I fiori, bianchi o rosa, compaiono in spighette all’ascella delle foglie.

Vengono utilizzate le foglie giovani come alimento, durante tutto l'anno, le radici preferibilmente in autunno quando sono colme di sostanze nutritive (vanno fatte essiccare all’ombra come tutte le altre radici, in fretta e in un luogo ventilato)

Usi

Gli utilizzi dell’ortica sono moltissimi. Cito soltanto quelli che conosco, ma sono convinta che molto ancora si celi in questa pianta miracolosamente utile all’uomo, alle piante stesse e agli animali. Eccone alcuni:

*Alimento

Nel nostro tempo le cimette giovani delle ortiche vengono ancora utilizzate in cucina: vanno sempre cotte (il procedimento è simile a quello degli spinaci) per preparare ravioli, risotti, gnocchi, frittate, specialmente nel tempo che intercorre tra Beltane e il Solstizio.
Ottimo è il risotto, che si fa semplicemente aggiungendo al soffritto l'ortica, proseguendo come un normale risotto per il resto della cottura. Sono meravigliose anche le frittelle, soprattutto con le cimette giovani, e la frittata con altre verdure selvatiche, tipica della zona della Brianza. E' un ottimo ricostituente e rimineralizzante, ricco di sali minerali come potessio e calcio, vitamine e proteine.


*Alimento: Foraggio

Come racconta la studiosa di biodinamica Maria Thun, i contadini sminuzzavano le ortiche in piccole parti per nutrire gli animali da cortile troppo piccoli per mangiare le granaglie, ma spesso aggiungevano la stessa erba anche al foraggio di tutti gli animali in stalla, incrementando così il valore nutritivo del fieno, aggiungendo una buona dose di proteine, vitamine, enzimi e sali minerali.

*Cure

L’ortica ha molteplici proprietà, raggruppabili in: diuretiche, depurative, antiemorragiche, antireumatiche e antinfiammatorie. E' davvero uno stimolante naturale, utile per aiutare la depurazione dell’organismo, soprattutto a livello epatico. Per questo veniva inserita nella varie zuppe primaverili, necessaria per stimolare la ripresa del corpo dopo i rigori invernali. Viene utilizzata anche nelle cure dei sintomi influenzali, nel periodo premestruale e, comunque, negli stati di convalescenza.

Viene preparata come infuso, decotto, pomata e tintura. Quest’ultima viene impiegata per punture d'insetti, emorragie, distorsioni, lesioni della cute e persino per l'acne.

Un uso singolare di questa pianta è associato alla cura delle allergie, soprattutto la febbre da fieno, mentre il succo viene attualmente mischiato al miele nelle preparazioni contro la bronchite e l'asma.

*Cosmesi

Noto antiforfora naturale, l'ortica viene utilizzata per risciacqui ai capelli ed anche per renderli lucidi; ma soprattutto per l'acne, come decotto o pomata, e per le pelli grasse.

*Tessuto

Abbiamo già citato l'utilizzo nella storia delle fibre di ortica per confezionare vestiti, manca ora di citarne le doti. Le fibre sono di due tipi: quelle grossolane, usate per produrre sacchi e tele, e quelle più lunghe e preziose, usate per confezionare stoffe e lenzuola, tovaglie e abiti. Entrambe hanno estrema resistenza all’usura e aspetto meraviglioso, sono morbide e ricercate, lucenti e pregiate. E' da sottolineare che la struttura delle fibre, cave all’interno, garantisce l'isolamento termico in inverno, riempiendosi d'aria. La stessa proprietà muta in estate, quando le fibre si assottigliano riducendo proprio l'isolamento termico e garantendo la traspirazione.

*Tintura

La tintura avviene con la pianta intera, fresca o essiccata, per colorare lana, cotone e seta. Si usa il bagnocolore con mezzo chilo di ortica in 5 litri d'acqua piovana per un etto di lana circa, che deve bollire lentamente per almeno un’ora. Il verde che ne deriva (la pianta è ricchissima in clorofilla), può variare a seconda dell’uso del mordente (allume di potassio, cremortartaro, ferro) dal salvia al verde pisello. Le tonalità sono sempre verde chiaro.

*Fertilizzante

Dalle ortiche si ricava un ottimo fertilizzante, ottenuto facendo macerare le piante fresche in acqua piovana per qualche settimana. Questo va diluito molto, poiché estremamente ricco di azoto. Si sparge alla base delle piante e degli arbusti, ma anche nei vasi. E' importante non esagerare con la fertilizzazione perchè è piuttosto potente e, usata male, può danneggiare la coltivazione.
Le foglie fresche funzionano da barriera antimosche. Il macerato può essere utilizzato anche come integratore per i composti di foglie, accelerando così i processi di decomposizione.

Piccolo rito per la crescita delle piante

Pubblicato anche qui: http://www.tempiodellaninfa.net

img http://www.naturpaedagogik.dk
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